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Ady Endre
(1872-1919)


Ady Endre: Come un sasso...

(A föl-földobott kő, 1909)

Come un sasso tirato in alto,
piccola patria mia,
da te torna sempre tuo figlio.

Visita terre lontane, si abbaglia,
si deprime e cade nella polvere,
da cui è stato preso.

Desidera andar via, ma non può,
pieno di desideri che si calmano
per poi risvegliarsi di nuovo.

Sono sempre tuo nella mia rabbia,
nell'infedeltà, nell'amorevole pensiero,
sempre magiaro.

Come un sasso tirato in alto,
voglio o non voglio,
mio piccolo paese, a te somiglio.

Nonostante ogni desiderio,
se mi tirassi cento volte,
cento volte da te tornerei.


Ady Endre: Né avo, né discendente...

(Sem utódja, sem boldog őse, 1909)

Né avo, né discendente,
né parente o conoscente
sono di nessuno,
sono di nessuno.

Sono come tutti, maestoso,
Polo Nord, distante,freddo,
sono come un fuoco fatuo,
misterioso e lontano.

Ma ahimè non posso stare così
vorrei far sì,
che tutti mi vedano
che tutti mi vedano.

Così diventa un tormento:
vorrei essere amato,
appartenere a qualcuno,
essere di qualcuno.


Ady Endre: Nozze di sparvieri sul fogliame secco

(Héja-nász az avaron)

Ci avviamo verso l'Autunno,
rincorrendoci squittendo, piangendo,
due sparvieri dalle ali stanche.

L'Estate ormai ha nuovi padroni,
sbattono le ali i giovani astori,
e combattono battaglie di baci.

Voliamo via dall'Estate, cacciati,
ci fermiamo nell'Autunno, da qualche parte,
con piume alzate, innamorati.

Sono le nostre ultime nozze:
ci scaviamo nella carne,
e cadiamo morti sul secco fogliame.


Ady Endre: Il tuo calore

(A te melegséged)

Perchè statue e quadri
cercano di rubarti
dall'anima mia?
Che siano vivi o freddi:
Chi può sostituire il tuo unico calore?

Muoio in ogni mio bacio
e rinasco sulle tue labbra,
donne-scirocco vengano pure a centinaia,
mi soffiano ormai inutilmente
il loro calore dolce e spossante.

Morti o vivi, mi tentano inutilmente,
non c'è altro calore, solo il tuo, per me.
Chi altro potrebbe darmi il tuo unico calore?


Ady Endre: Sull'orlo di un precipizio selvaggio

(Vad szirttetőn állunk)

Siamo in piedi, rigidi e dimenticati,
sull'orlo di un precipizio selvaggio,
l'uno all'altra attaccati;
nè un lamento, lacrima o parola:
per precipitare basta una mossa.

Come legami di carne e sangue
ci proteggono le nostre labbra,
blu e tremanti, ci tengono attaccati.
Finché mi baci non abbiamo parole,
ma dì una parola e cadiamo entrambi.


Ady Endre: L'arrivo del Signore

(Az Úr érkezése, 1908)

Quando mi hanno abbandonato
quando sotto il peso
dell'anima crollavo,
D'improvviso mi abbracciò Dio.

Non arrivò con suono di trombe
ma con abbraccio muto, vero, forte,
non venne una mattina bella, infuocata,
ma durante una buia notte di guerra.

E i miei occhi vanitosi
si sono acceccati,
e la mia gioventù morì, ma Lui,
magnifico e splendente,
lo vedo per sempre.


Ady Endre: Piccola canzone di Natale

(Kis karácsonyi ének)

Le campane suonavano ieri,
anche domani suoneranno,
gli angeli dopodomani
neve di diamanti porteranno.

Vorrei lodare Dio
come fanno i grandi,
ma sono ancora bambino,
comincio la vita adesso.

Ci provo lo stesso,
a lodare Dio,
quanto sono felici
i pastori e i re magi.

Andrei anch'io a cantare,
farei tante belle cose
per Gesù bambino,
come tutti i grandi.

Sporcherei volentieri
i miei stivali nuovi,
magari il mio amore
potessi provare al Signore.

(così cantai coraggioso
con fede da bambino
nel brutto Natale
di 1883)


Arany János
(1817-1882)


Arany János: L'usignolo

( A fülemile, 1854)

Il magiaro parlò così una volta:
"Se causa che sia causa",
(e questo non troppo tempo fa).
Nei dintorni del Tibisco
visse un contadino: Paolo,
e Pietro, il suo vicino,
di loro parla questo verso.

Pietro e Paolo
- come tutti sanno -
nel calendario d'estate
tanto d'accordo vanno.
Là è facile, starci calmi,
ma attorno la casa dei nostri
troviamo ben altra cosa:
bisticcio, lite continua,
chiasso infernale,
la vicinanza travolge;
è una iella aver vicini nemici
e loro non sono proprio amici.

Se acceso il caminetto di Paolo,
a Pietro il fumo dà subito fastidio,
Ma se la gallina sua razzola,
a Paolo quasi butta giù la casa.
Si dibatte di questo e di quello
che risuona tutto il giardino.
Non cede né l'uno né l'altro
e si combattono tutti i membri
delle loro case, piccoli e grandi,
si abbaiono pure i loro cani,
accaniti contro i buchi nelle siepi.

Ma vengo al punto ora
da quando ci si ricorda,
un albero stupendo di noce
nel giardino di Paolo c'è.
Un ramo di esso però
da Pietro arrivò,
ma lui saggiamente non lo tolse,
perchè così gli cadde qualche noce.

E succede che un giorno
proprio su quel ramo
si posò un usignolo;
lo scelse come altare
e voleva ringraziare
Dio per tutto il bene
con il suo canto felice.
Salutare il bel sole
che era ora nascente,
la rugiada e il raggio,
venticello e profumo,
l'albero dalla fronda verde,
in cui ha il nido, dove
la sua compagna cova,
e per tutta la gioia,
che riempie il suo piccolo cuore,
insomma per tutto il bello
che gli sta dentro e lo circonda,
per tutti i colori, luce, pompa;
per tutto, che senza dubbio,
per lui fu creato proprio.

E fu tanto bello il suo canto,
che Paolo che lo stava ascoltando
con grande gioia esclamò:
"Mio Dio,
come fischia bello
il mio uccello!"

"E' sua solo l'ombra!
senno dirò una brutta cosa!"
dall'altro lato della siepe
si sente una parola scortese.
"E di chi sarebbe" - scatta Paolo -
"quando sta sul mio albero"?
"Ma si sente sul mio podere,
come vi potrebbe spettare?"
Ma Paolo non cede per niente
figuriamoci Pietro, lui neppure.
E parola segue parola,
offesa ad offesa,
si salta attraverso la siepe
e vengono poi ai pugni,
si strappano capelli,
e se ne danno di santa ragione,
il giorno rendendolo felice.
E si lasciano pestati a sangue,
ma non si deve lasciar perdere,
la giustizia deve trionfare.

Paolo però trama vendetta
e così come sta allora,
col naso sanguinante
và dal giudice a lamentarsi
mostrando il suo naso
come prova del malfatto.
Il suo diritto, disse,
non lo lascia, e se deve,
andrà dal re fino a Buda
anche sulle ginocchia.
Perchè il canto che veniva
dalla sua vecchia noce
non lo lascia,
no, fino alla morte.
E per dare maggior peso
alla parola, butta un tallero
nel piatto della bilancia,
che serve la giustizia.
Prontamente,
il giudice lo mette
nella tasca destra
della sua giacca.

Neppure Pietro si dà pace
per l'ingiustizia così grande,
come potrebbe riposarsi?
Và dal giudice a lamentarsi.
E racconta tutto: il canto è suo,
senza dubbio, e non c'è potere
che glielo potesse togliere,
né legge né causa,
perchè è chiaro come il sole,
il canto suo, che dev'essere.
Ma per convincere più facilmente,
sulle botte un pò tace,
e aggiunge un tallero,
al diritto suo,
che il giudice si mette
proprio sopra il cuore
nella tasca sinistra
della sua giacca.

Ed ecco che finalmente arriva
il giorno della sentenza
in cui il povero giudice
in nome della legge deve dire
a chi spetta il canto
dell'usignolo famigerato.
Ma lui non sa proprio che fare
e sebbene si consulti
con tutti i codici della legge
di un caso simile non si tratta,
non sa niente il corpus juris.
Così con grande rabbia
e battendo le sue tasche
si rivolge ai contendenti
e detta legge: "Sentite:
l'usignolo non canta né qua né là,
ma (battendo la tasca destra) a me canta,
e (battendo la sinistra) a me canta,
e ora signori andate via".

Però che bella cosa
che questo non succede ora,
alla causa nessuno arriva,
tra vicini non si litiga,
e i parenti son tanto bravi,
non c'è legame o classe
dove la parola gentile non fosse.
Vanno d'accordo i fratelli,
tutti i prossimi sono amici,
per un nonnulla come questo
nessuno farebbe mai causa,
ammazzarsi, azzannarsi,
chi potrebbe mai arrivarci?
Ma recentemente
non ci si immagina neppure
di trovare un avvocato
ad assumere un tale caso.


Áprily Lajos
(1887-1967)


Áprily Lajos: La nave di Rasmussen

(Rasmussen hajója)

Sfidando la morte, affronta ostinato
la bufera dalla forza d'acciaio,
pensando al porto pieno di fiori:
lo salutavano mille fazzoletti.

Sa che questa volta non c'è scampo,
da questo viaggio non c'è ritorno,
il suo corpo sarà imprigionato
dalla vittoriosa catena di ghiaccio.

Sto sulla nave di Rasmussen
sul ponte esposto al temporale,
e, come Childe Harold, mando sulla riva
il mio canto che la notte inaugura.

Ogni tanto guardo indietro,
era bella la vita? Non lo so.
Si rincorrono giganti di nebbia
dietro di me sulla buia via.

Manderei nella notte un grido
ma non arriva alcun'eco,
Nella solitudine, come fantasma,
scivola la nave corazzata.

Nel porto bianco dove attracca
non c'è fiore, non c'è donna,
sotto di noi il ghiaccio
scricchiola all'infinito.

Sul mio cuore un ricordo
del Sud schizza indeciso,
al polo Nord mi aspetta
qualcuno con bandiera nera.


Babits Mihály
(1883-1941)


Babits Mihály: La preghiera di Giona

(Jónás imája)

Ormai mi abbandonano le parole,
o sono diventato io come
un fiume straripante,
senza argini e senza méta,
tante vecchie inutili parole
trascino con me,
come porta il torrente
i pali arginanti e le dighe
con sè, errante.
Magari desse il Signore
al mio ruscello un letto
per portarmi sicuramente
verso il mare,
magari mettesse lui
la rima pronta alle mie poesie,
e la Bibbia sulla mensola
la mia metrica sia.

Perchè io Giona,
il suo pigro servo,
prima nascosto,
poi Giona nella balena
che scese nell'oscurità sorda
e rovente non per tre giorni,
ma per tre mesi, tre anni o secoli,
prima di sparire per sempre
nella bocca di una balena
eterna, ancora più sorda,
possa trovare la voce vecchia,
mettere le mie parole
in fila impeccabile,
come Lui mi suggerisce,
e possa parlare senza paura,
se mi permette la debole gola,
e non mi stanchi mai fino a sera,
o finchè le autorità del cielo
o di Ninive mi permetteranno
di parlare e non morire.


Csokonai Vitéz Mihály
(1773-1805)


Csokonai Vitéz Mihály: Alla Speranza

(A reményhez, 1803 )

Fata Morgana,
che inganni i mortali,
sembri divinità,
Speranza cieca, falsa!
Ti crea l'infelice
e ti adora come protettore.
Perchè mi inganni ancora?
Perchè mi sorridi?
Perchè il buon umore finto
mi instilli?
Resta dove sei,
mi hai sollecitato,
ti ho creduto
e mi hai ingannato!

Nel mio giardino
hai piantato narcisi,
con ruscelli freschi
hai inaffiato i miei alberi,
mi hai coperto
con mille fiori
e la felicità
celestiale mi donavi.
Ogni mattina i miei pensieri
volavano come api verso i fiori.
Mi mancava solo una cosa
per la felicità completa,
il cuore di Lilla ho chiesto
e me l'ha dato il cielo.

Ma ahimè, i miei fiori
si sono appassiti,
alberi verdi e ruscelli
si sono essiccati.
La mia gioia di primavera
divenne tristezza d'inverno,
tutto il bello che avevo
ora è di un altro, immeritato.
Oh, magari mi fosse
rimasta Lilla, solo lei,
ora non mi lamenterei,
tra le sue braccia
i miei pensieri
dimenticherei
e gli onori e la fama
non desiderei.

Lasciami, Speranza,
lasciami in pace,
tanto questo dolore
mi uccide.
Sento che la mia forza
mi abbandona,
l'anima il cielo,
il corpo la terra desidera.
Per me, il prato è disadorno,
il campo è bruciato,
il boschetto è riarso,
il sole è scomparso.
Belle melodie armoniose,
fantasie colorate,
gioia, speranza, Lilla,
addio a tutte!


Csokonai Vitéz Mihály: Richiesta rispettosa

(Tartózkodó kérelem, 1803 )

Mi consuma il fuoco ardente
di questo immenso amore,
la medicina per la mia ferita
sei tu, bellissima piccola rosa!

Il vivace brillare dei tuoi occhi
è come fuoco che illumina l'alba,
cacciano via i miei pensieri
le tue lucide labbra.

Rispondi con parole angeliche
alla mia richiesta,
con mille baci d'ambrosia
ti pagherò per la risposta.


Heltai Jenő
(1871-1957)


Heltai Jenő: Confessione

(Vallomás)

Noi non ci capiamo cara signora,
mi dispiace molto a dirlo,
ma se non mi vuole come amante,
per altro non sono disponibile.

Per esempio per quello che lei
descrive entusiasta tante volte,
che io diventi l'amico migliore
del suo tormentato povero cuore.

Miglior amico, perbacco,
è un incarico molto onorevole,
ma io non sono abbastanza vecchio
e lei è maledettamente giovane.

Lei è piena di vita, profuma,
acceca, brilla e brucia, infiamma,
come potrei non desiderare il suo bacio
io che angelo non sono?

E' tanto poco che desidero
e sebbene dividere non è bello,
che sia la sua anima di qualcun altro,
mi basterà il suo corpo.

Che abbia pure un amico,
con chi chiaccherare è un piacere,
ma quel matto e imbranato,
quell'amico non sarò io.

Che lui abbia tutto ciò che è poesia,
ed io quello che è concreto,
lui scioglierà i suoi problemi,
mentre i vestiti solo io.

Che questo discorso è inaudito
per lei, non ne dubito affatto,
ma che ci capiamo bene signora,
questo è proprio neccessario.

Che il Signore che dà bene e male
con le stesse mani,
dia per lei peggior morale
o per me una migliore!


Illyés Gyula
(1902-1983)


Illyés Gyula: Una frase sulla tirannia

(Egy mondat a zsarnokságról, 1956)

Dove c'è tirannia
là c'è tirannia
non solo nel fucile,
non solo nella prigione,

non solo nelle camere
di interrogazione,
non solo nella voce
della guardia di notte,

non solo nel discorso
oscuro dell'accusa
o nei segni di Morse,
battuti sui muri della prigione,

non solo nella confessione
o nella condanna inappellabile
del giudice: colpevole!
C'è tirannia ovunque,

non solo nell'ordine militare:
puntate, fuoco!
è nel suono del tamburo,
nel tonfo del cadavere nel fosso,

non solo nella notizia
sussurrata con paura
attraverso la porta
semi-aperta,

non solo nel dito che serra la bocca
e zittisce ogni parola:
non ti muovere!
Non solo nelle linee

impietrite di espressione
che, come una griglia,
intrappolano l'urlo di paura
e nella cascata di lacrime mute

che aumentano ancora
di più il silenzio,
non solo nella pupilla
spalancata,

c'è tirannia
non solo nei canti,
urrah ed evviva urlati
di nuovo in piedi

dove c'è tirannia
là c'è tirannia
non solo nell'applauso
instancabile dei palmi,

nel suono della tromba, nell'opera,
nelle pietre delle statue,
nei colori e nelle gallerie,
è presente in ogni cornice,

anzi già nel pennello,
non solo nel suono del motore
della macchina che passa
nella notte silenziosa

o quando si ferma
davanti la casa;
la tirannia è onnipresente,
la trovi nelle scuole materne,

nel consiglio del padre,
nel sorriso della madre,
nel modo con cui il bambino
risponde all'estraneo;

non solo nel filo spinato
non solo nelle fila dei libri,
nei loro contenuti
ancora più distruttivi,

è presente
nel bacio di addio,
quando ti chiede la moglie
quand'è che ti rivedo?;

nei saluti tanto abituali
sulla strada: come stai?
e nelle strette di mani
d'improvviso un po' più morbide,

nel gelarsi del viso
della tua amante, improvviso;
perchè è lì anche nei
tuoi incontri amorosi,

non solo nell'interrogatorio
ma nella dichiarazione,
nell'ebbrezza della parola dolce
come mosca nel vino,

perchè non sei solo
nemmeno nel tuo sogno,
sta là con te nell'atto amoroso,
anzi già prima, nel desiderio,

perchè ti pare bello
solo che è suo,
era la tua amante
che pensavi di amare,

nel piatto e nel bicchiere,
nell'olfatto e nel gusto,
nel freddo e nel crepuscolo,
nella stanza e all'aperto,

come quando attraverso
la finestra aperta
entra la puzza dalla strada
oppure c'è una fuga di gas,

se parli a te stesso,
ti interroga il tiranno
non sei libero nemmeno
nell'immaginario,

nel cielo là sopra
anche la Via Lattea
ti pare diversa: sembra
una frontiera,

dove il faro sparge luce
sulla zona battuta,
è un campo minato e la stella
ti pare un finestrino da spia,

la tenda celestiale:
campo di lavoro enorme,
perchè la tirannia parla
dal suono della campana,

dal prete a chi ti confessi,
dalla predicazione;
chiese, parlamento, cavalletti
di tortura: sono palcoscenici;

apri e chiudi gli occhi,
inutile, ti guardano tutti,
è come una malattia
da cui nessuno ti libera,

senti il ticchettio delle ruote
prigioniero, prigioniero, ti dice
puoi andare al mare
o in montagna, lo respiri sempre,

è presente nel lampo,
in ogni rumore inatteso,
nella luce e nell'improvviso
sussulto del cuore;

nel riposo e nella noia
che ti lega, come catena,
nello scossone della pioggia,
nella nevicata bianca

che ti imprigiona,
negli occhi del tuo cane;
perchè è presente
in ogni tua intenzione,

in ogni obiettivo
nel tuo futuro,
in ogni pensiero,
in ogni movimento;

come il fiume segue
il suo letto, e lo forma,
lo costruisci pure tu,
lo rivedi nello specchio,

ti guarda, non puoi scappare,
sei prigioniero ma anche carceriere;
lo senti nell'odore del tabacco,
nel tessuto del tuo vestito,

si impregna in tutto,
fino al tuo cervello,
vorresti aver idee,
ma solo le sue ti vengono in mente,

vorresti guardare, ma vedi
solo ciò che ti fa vedere
e dal cerino si avvampa
la fiamma e brucia

il bosco tutto intorno,
perchè dovevi calpestarlo,
ma non lo facesti,
ed ormai è troppo tardi,

così ti sorveglia ormai,
in casa tua, in fabbrica,
nel campo e non lo sai più
cos'è carne e pane,

che significa vivere, amare,
desiderare, abbracciare;
lo schiavo produce
e porta le sue catene,

se mangi, lo fai crescere,
per esso fai i figli,
di questa catena
fanno parte tutti,

anche da te parte ed inonda,
anche tu ne sei membra,
così viviamo nel buio come talpe,
sebbene sopra di noi ci sia il sole,

e ci rinchiudiamo in prigioni,
perchè dove c'è tirannia
è inutile la canzone
o qualsiasi opera d'arte,

perchè è là anche
presso la tua tomba,
e dichiara tu chi eri,
ne sei servo anche nelle polveri.


Janus Pannonius
(1434-1472)


Janus Pannonius : A Galeotto

(Galeottóhoz )

Quando ti sorride la fortuna
oppure ti minaccia con la fronte oscura,
mio caro Galeotto, puoi contare sempre
su un cuore solidale ed amorevole,
abbi fiducia verso
il tuo vecchio e fedele amico:
non avrai tanti pensieri,
se il loro peso con me dividi,
ma la gioia sarà ancora più grande
se la condividerai con me.


József Attila
(1905-1937)


József Attila: Saluto a Thomas Mann

(Thomas Mann üdvözlése, 1937)

Come un bambino che riposare vuole,
arrivato al letto finalmente,
ti prega: resta e racconta,
(così della notte non ha paura)
e quando il suo piccolo cuore batte forte,
non sa neanche lui, cosa vuole,
la fiaba o che tu resti là:
così ti preghiamo, siediti qui tra noi e racconta.
Ripeti ciò che hai detto, sebbene ci ricordiamo,
racconta che sei tra noi e noi siamo con te insieme,
noi che abbiamo la sorte del mondo nel cuore.
Tu lo sai, il poeta non mente mai,
dì la verità, non solo il reale,
racconta la luce, che ci illumini la mente,
perchè siamo nel buio se non siamo insieme.
Come Hans Castorp vedeva il corpo di madame Chauchat,
così ci vediamo illuminati dai raggi X ora.
La tua voce calda non è disturbata da alcun rumore,
raccontaci pure, cos'è bello, cos'è male,
dal lutto al desiderio alzando il nostro cuore.
Abbiamo appena seppellito povero Kosztolànyi*,
e l'umanità è consumata da Stati mostruosi,
e noi chiediamo con orrore: cosa verrà ancora?
da dove arrivano queste ideologie perverse,
dove si prepara il veleno, che ci verrà dato,
e fino a quando potrai leggerci ancora?...
Si tratta di restare uomo chi è uomo,
e donne le donne, gentili e libere,
e tutti umani, perchè l'uomo è sempre di meno...
Accomodati, prego, e comincia la fiaba.
Ti ascolteremo e ci sarà a chi basterà guardarti,
perchè contento di vedere un europeo tra i bianchi.


József Attila: Quello che nascondi nel cuore

(Amit szívedbe rejtesz*)

Quello che nascondi nel cuore,
aprilo agli occhi,
quello che ti pare di vedere,
aspettalo nel tuo cuore.

Di amore si muore,
chi è vivo - dicono
ma la felicità ci vuole,
ci manca come un pezzo di pane.

Chi è vivo, rimane sempre un bambino,
e vuole tornare nel grembo materno
o si ama o si uccide,
campo di battaglia o letto nuziale.

Sarai tu l'ottantenne, che
ucciso dalla nuova generazione,
mentre muori
generi milioni col tuo sangue.

Tu la spina nel piede
non ce l'hai più,
e dal tuo cuore
scappa anche la morte.

Quello che ti pare di vedere,
con la mano devi prendere,
quello che nascondi nel cuore,
uccidilo o bacialo forte.

Note: *per 80.compleanno di Freud


József Attila: Come nel campo...

(Mint a mezőn..., 1936)

Come nel campo il bambino
raggiunto dal temporale,
e non c'è casa o madre
dove potesse andare,
il cielo pesante e furioso romba,
sul campo svolazza la paglia,
e lui come animale mugola,
piangerebbe, ma ha paura,
sospirerebbe, ma d'improvviso
arriva un soffio gelido dal cielo,
e solo quando un brivido leggero
corre sul suo magro corpo e viso,
come un lampo improvviso
e la pioggia nera diluvia tutto
come se fosse suo pianto gigantesco,
che si accumula nei campi,
inonda l'erba, colma le fosse,
ne scava altre, ondeggia nel prato,
nel ruscello, anzi nel cielo,
e il bambino si avvia nel campo;
così mi sorprese il desiderio
selvaggio e improvviso
e cominciai a piangere,
sebbene fossi già uomo.
E su questa terra
bagnata di pianto
dove è difficile
alzare i piedi,
quando c'è fretta,
mi fermo ora.
Il suo desiderio
ignorerei se mi amasse.


József Attila: Mamma

(Mama, 1934)

Da una settimana penso solo alla mamma,
sempre di nuovo mi fermo a ricordarla.
Lei che saliva in soffitta,
con un cesto pesante in mano, lesta.

Io ero ancora un uomo sincero,
urlavo e scalpitavo
che lasciasse il bucato ad un altro,
che portasse me lassù, in alto.

Ma lei andava e stendeva
Non mi sgridava, non mi guardava,
E i panni lucidi, fruscianti
Spiccavano il volo in alto.

Non piangerei più adesso, ma è tardi,
Vedo solo ora quanto è grande,
I suoi capelli grigi si muovono nell'alto,
scioglie il turchinetto nell'acqua del cielo.




József Attila: Mia madre

(Anyám, 1931)

Una domenica verso sera
ha preso con due mani la tazza,
sorrise e stava là, seduta
nel crepuscolo, tranquilla.

Dai signori portava a casa
in un pentolino la nostra cena;
siamo andati a letto, e pensai
che loro mangiano assai.

Era mia madre, piccola, morì presto,
perchè le lavandaie muoiono presto,
i loro piedi tremano dalla fatica,
e la stiratura fa male alla testa.

Per montagna e nuvole
c'è il bucato e il vapore,
e per cambiare aria
puoi salire in soffitta!

Si ferma mentre stira,
la sua esile figura
venne infranta dal Capitale,
pensateci proletari!

Si è incurvata dal lavare,
non sapevo che fosse giovane;
nei sogni portava grembiule pulito
e la salutò il postino.


József Attila: Ninna nanna

(Altató, 1935)

Chiude gli occhi il cielo,
Chiude gli occhi la casa,
sotto trapunta dorme il prato,
dormi piccolo Biagio.

Si abbassa la testa sulle zampe,
dorme l'insetto e l'ape,
con loro dorme il ronzio
dormi piccolo Biagio.

Dorme pure il tram
e mentre sonnecchia il rombo,
suona il campanello nel sogno,
dormi piccolo Biagio.

Sulla sedia dorme il cappotto,
si riposa anche lo strappo,
non si lacera più per oggi,
dormi piccolo Biagio.

Dormono la palla e il fischietto,
la gita e il bosco,
dorme pure il buon zucchero,
dormi piccolo Biagio.

Sarai gigante, e lo spazio,
come una biglia, in mano avrai;
basta chiudere l'occhio,
dormi piccolo Biagio.

Sarai pompiere o soldato,
pastore di bestie selvagge,
vedi si addormenta la mamma,
dormi piccolo Biagio.


Juhász Gyula
(1883-1937)


Juhász Gyula: E' amore?

(Szerelem?)

Non so che cosa sia, ma è tanto bello,
trasognare sulle tue parole,
come sulle nuvole accese dal tramonto,
si introvede il barlume delle stelle.

Non so che cosa sia, ma è dolce,
il tuo sguardo quando mi cerca,
come il raggio di sole che brilla,
nonostante fosse vicina la sera.

Non so che cosa sia, ma sento che
la vita è diventata di nuovo più bella,
le tue parole che mi accarezzano il cuore
come la seta, come il vento di primavera.

Non so che cosa sia, ma è tanto bello,
un dolore dolce, che non mi dispiace,
se è stupido, se è sbagliato, che sia,
se è amore, scusami tanto.


Juhász Gyula: Non mi ricordo più

(Milyen volt..., 1912)

Non mi ricordo più, quant'era bionda,
ma quando l'estate arriva
di spighe dorate ricca,
la sento di nuovo, la sua biondezza.

Non mi ricordo più,
I suoi occhi quant'erano blu,
ma in settembre, nell'azzurro dei cieli
mi pare di vederli.

Non mi ricordo più la sua voce di seta,
ma in primavera, quando il prato respira,
da una pasqua come il cielo lontana,
mi sembra di sentirla.


Kosztolányi Dezső
(1885-1936)


Kosztolányi Dezső: Come qualcuno caduto tra i binari

(Mint aki a sínek közé esett, 1910)

Come qualcuno caduto tra i binari,
che rivede la sua vita che sfugge,
mentre fa ticchettio la ruota scottante,
passano tante immagini fulminee
e vede come non ha visto mai:
come qualcuno caduto tra i binari,
saluto la vita, che è diventata
lontana, estranea,
come qualcuno caduto tra i binari,
panorama matto, piacere perverso,
tra ruote e binari, il tempo romba sopra di me
e la morte tuona da lontano,
per un attimo mi aggrappo a quello che è eterno,
farfalle e sogni, terribili e dolci...
come qualcuno caduto tra i binari.


Kosztolányi Dezső: Vuoi giocare?

(Akarsz-e játszani ?)

Dimmi, vuoi giocare con me?
Giocare sempre,
andare nel buio insieme,
giocare ad essere grandi,
mettersi seri seri a capo tavola,
versarsi vino e acqua con misura,
giocare con perle, rallegrarsi per un niente,
indossare vecchi panni col sospiro pesante?
Vuoi giocare a tutto, che è vita,
l'inverno con neve e il lungo autunno;
si può bere un tè insieme
di color rubino e di fumo giallo?
Vuoi vivere la vita con il cuore puro,
ascoltare a lungo e temere ogni tanto,
quando sulla strada passa novembre
e lo spazzino, questo povero uomo,
che fischia sotto la nostra finestra?
Vuoi giocare ad essere serpente od uccello,
fare un viaggio lungo con nave o treno,
giocare a Natale, sognando tutte le bontà?
Vuoi giocare all'amante felice,
fingere di piangere, un funerale?
Vuoi vivere, vivere per sempre,
vivere nel gioco, che diventa reale?
Sdraiarsi tra i fiori per terra,
e dimmi, vuoi giocare alla morte?


Kosztolányi Dezső: Ebrezza di alba

(Hajnali részegség)

Te lo racconto questo
se non ti annoio,
ieri notte alle tre,
finito il lavoro,
sono andato a letto.
Ma nella mia mente
la macchina da scrivere
continuava a battere
col ticchettio tanto forte
che non riuscivo a dormire.
Il sonno non venne, sebbene
lo desiderassi fortemente,
ma chiamandolo con parole,
con sonniferi potenti,
e contando le pecore
non serviva a niente.
Quello che avevo scritto
mi guardava dritto.
Mi stressavano il cuore
le quaranta sigarette.
E tutto il resto,
il buio, tutto.
Allora mi alzo e non mi importa,
cammino su e giù nella stanza,
attorno a me la mia famiglia,
sulle loro labbra la dolcezza
di bei sogni, beati loro,
e mentre io brancolo nel buio,
come un ubriaco, guardo
fuori dalla finestra.

Aspetta, come te lo dico,
come te lo spiego?
Tu conosci la mia casa,
ti ricordi la mia stanza,
lo sai quanto povera
ed abbandonata sembra di qua
a quell'ora la strada.
Ci vedi dentro le case
attraverso le finestre,
gli uomini sdraiati e ciechi,
scrutano con gli occhi chiusi,
nella nebbia della loro mente,
che li inganna e li tradisce,
perchè il cervello di anemia soffre.
Accanto a loro le scarpe e vestiti,
e nella stanza sono chiusi,
come in una scatola,
che hanno costruito da svegli
con tanta fatica.
Ma se le guardi in questa maniera
ogni casa è come una gabbia.
Si sente ticchettare la sveglia,
ora cammina zoppo, fra poco suona:
"svegliati alla realtà, è ora!"
E dorme anche la casa, morta,
e se fra cent'anni crolla,
ci crescerà gramigna,
e non sospetterà nessuno,
se era nostra casa o una stalla.

Ma lassù, amico mio, là sopra,
il cielo pulito, di luce splendente,
inamovibile sebbene tremante,
come la fedeltà.
Il cielo del tutto simile
alla coperta di mia madre,
ed alla macchia blu di acquarello
che si allargò sul mio quaderno.
E l'anima delle stelle
respira senza far rumore,
nella notte dell'autunno mite,
che il freddo precede.
Di lassù lontano ed oltre,
loro, che hanno visto
l'armata di Annibale,
ora guardano me, in piedi qua,
in una finestra della città.

E non so che mi successe allora,
ma mi sembrò sentire un'ala,
e mi si avvicinò quello
che avevo seppellito tempo fa,
l'età dell'infanzia.
E guardai tanto a lungo
i ricchi miracoli del cielo
che arrivò l'albeggiamento
dall'oriente e nel vento,
scintillanti, si mossero
appena appena le stelle.
E là sopra nella distanza
si accese una fascia luminosa,
e si aprì il portone
di un castello celestiale,
si avvampò la fiamma,
e la folla degli ospiti
cominciò a sperdersi.

E nelle tenebre dell'alba,
la notte di ballo finiva,
fuori nell'ingresso l'ospite
- un gigante del cielo - salutò,
si sentì tintinnio e sussurro,
come quando il ballo finisce
e si chiama il cocchiere.
Si vide un velo di pizzo,
che da lontano come
tenda di diamante scende,
su un vestito splendente
che una donna bellissima indossa
e su di lei un diamante
che sparge luce su questa pace,
sul blu pallido e celestiale.

Oppure un angelo
che con un bel gesto
si aggiusta il suo diadema,
e in un cocchio leggero sale
senza fare alcun rumore,
e vola via con la carrozza.
Mentre i cavalli corrono selvaggi,
sulla Via Lattea illuminata
da fuochi artificiali,
come al carnevale,
tra stelle filanti e coriandoli,
tra centinaia di cocchi,
scintillano i loro ferri.

E stavo là con la bocca aperta
e esclamai di gioia,
che nel cielo ogni notte
un ballo simile si tiene,
e in me si illuminò
il significato
di questo gran mistero,
che le fate del cielo
sulle vie dell'infinito
arrivata l'alba,
tornano tutte a casa.

E rimasi così fino al mattino
e guardavo solo.
Poi dissi d'improvviso:
e tu che ci fai qui,
su questa terra,
che leggende cerchi,
che sirene ti tengono in balia?
Cosa c'era più importante,
ora che sono passate tante estati,
e tanti inverni gelanti,
e tante notti inutili,
che vedi solo ora questo ballo?

Cinquanta, sono cinquant'anni,
che il ballo si festeggia qui
sopra di me, e ahimè,
i miei vicini celestiali
mi vedono ad asciugare gli occhi.
Te lo confesso, mi sono inchinato
e tutto ciò ho ringraziato.
Vedi, lo so che non ho fede,
e so pure che dovrò andarmene.
Col cuore, come corda tesa
cantai allora all'azzurro.
Per Lui che non sa nessuno
dov'è e nemmeno io lo trovo
né ora né da morto.

Ora che i miei muscoli
non sono più tanto forti,
capisco che finora
stavo nella polvere
tra anime e briciole,
ma comunque sia
di un signore
misterioso e potente
ero sempre l'ospite.


Kosztolányi Dezső: Sogno di inchiostri colorati

( Mostan színes tintákról álmodom, 1910)

Sogno di inchiostri colorati,
il più bello è il giallo.
Scriverei molte lettere
con questo colore
ad una ragazza, che amo.
Scriverei scarabocchi,
lettere cinesi,
e un uccello allegro
con dei ghirigori.
E voglio ancora tanti altri colori:
bronzo, argento, verde e oro,
e ci vogliono ancora cento e mille,
e poi un milione:
viola scherzosa, color vino, grigio muto,
pudico, sgargiante, innamorato,
ma anche viola triste e color mattone,
e poi celeste chiaro come l'ombra
della vetrata colorata del portone
in un mezzogiorno d'agosto.
E voglio rosso vivo,
color sangue, come un tramonto infuocato,
e allora scriverei, scriverei sempre.
Con azzurro a mia sorella, con oro a mia madre:
le scriverei una preghiera d'oro,
fuoco d'oro, parola d'oro, come l'alba.
E non mi stancherei mai, scriverei
in una vecchia torre, senza sosta.
Sarei tanto felice, oh Dio mio, tanto felice,
colorerei tutta la mia vita.


Kosztolányi Dezső: Felice, triste canzone

(Boldog, szomorú dal, 1920) )

Ho pane e anche vino,
ho moglie e anche figlio.
Perchè rattristrarsi?
Ho sempre da mangiare.
Ho un giardino, gli alberi
si inchinano sulla via sussurrando.
Noce, papavero, nocciole,
nella dispensa la raccolta.
Ho anche una buona coperta,
il telefono, una valigia,
la gente che mi vuole bene,
a cui non devo chiedere nulla.
Non sono più il fantasma di una volta,
ubriaco tra lacrime nella nebbia,
e quando saluto la gente,
molti mi salutano già prima.
Ho l'elettricità, la luce,
ho una tabacchiera di puro argento,
nella mia bocca la vecchia pipa,
si muovono allegri penna e matita..
C'è il bagno per rinfrescarmi,
tè tiepido per i miei nervi stanchi,
e quando passo a Budapest,
mi conoscono già tanti.
Quello che decanto, commuove tanti,
e mi considera il suo giovane figlio
poeta la vecchia Ungheria.
Ma, certe volte, mi fermo la notte,
tormentato e pensando alla morte,
e cerco il tesoro nascosto,
il tesoro di una volta, il vecchio,
come un malato febbricitante,
che si sveglia e confuso
cerca di sbrogliare il suo sogno,
che ahimè che cosa volevo?
Perchè il tesoro non l'ho trovato,
il tesoro per cui mi sono bruciato.
Sono a casa in questo mondo,
e non sono più a casa nel cielo.


Kosztolányi Dezső: Oh, quante volte vi vedo

(Ó, hányszor látlak mégis bennetek )

Oh, quante volte vi vedo
Piccoli fratelli miei, bambini in stracci.
In giardini brinati, sotto la mia finestra,
là vi ribellate, muti, senza paura,
sotto l'ombra dei pini, in neve e nebbia.
Il piccolo muratore quanto è inzaccherato,
come pallido il piccolo magnano,
il figlio del carpentiere è come Gesù,
alza il martello il piccolo fabbro,
piange il figlio del falegname e carraio,
e fatto di bambini questo esercito.
Chiamerei mio padre, ma lui dorme,
è profonda e senza confini la notte.
Li guardo e piango per loro,
loro, i piccoli ribelli della notte.
Combattendo il buio con gli occhi aperti
nella stanza calda mi alleo a loro
e attraverso la finestra e contro ogni sorte
pongo loro la mia piccola mano da signore.


Márai Sándor


Márai Sándor: Scendi dalle stelle

( Mennyből az angyal, 1956, New York )

Angelo, scendi dalle stelle, va' a Budapest,
va' veloce, tra rovine bruciate e fredde,
dove tra i carri armati russi tacciono le campane.
Dove non brilla Natale,
non ci sono addobbi sugli alberi,
non c'è altro che freddo, gelo e fame.
Di' a loro che lo sappiano,
parla ad alta voce nella notte,
angelo, porta loro il mistero di Natale.

Sbatti veloce le ali, vola veloce
perchè ti aspettano tanto.
Non parlare a loro del mondo,
dove ora a lume di candela
in stanze calde si apparecchia.
Il prete in chiesa usa un linguaggio solenne,
fruscia la carta da regalo,
buoni intenzioni, parole sagge.
Sugli alberi candele romane.
Angelo, parlaci tu di Natale.

Racconta, perchè è un miracolo,
che nella notte placida l'albero di natale
di un popolo povero si è acceso
e sono molti a fare il segno della croce.
Il popolo dei continenti lo guarda,
uno lo capisce, l'altro non l'afferra.
Scuotono il capo, è troppo per molti.
Pregano o si inorridiscono:
perchè sull'albero non ci sono dolci,
ma l'Ungheria, il Cristo dei popoli.

E le passano tanti davanti;
il soldato che l'ha trafitta;
il fariseo che l'ha venduta;
chi l'ha negata tre volte;
chi, dopo che intinse con lei nel piatto,
l'ha offerta per trenta monete d'argento,
e mentre la insultava e la picchiava,
le beveva sangue e mangiava il corpo.
Ora stanno là tutti a guardare,
ma nessun di loro osa parlarle.

Perchè lei non parla più, non accusa,
guarda solo giù dalla croce, come Cristo.
E' strano questo albero di Natale,
chi l'ha portato, l'angelo o il diavolo?
Quelli che tirano a sorte la sua veste,
non sanno quello che fanno,
solo fiutano, sospettano
il mistero di questa notte,
perchè questo è un strano Natale,
sull'albero c'è il popolo ungherese.

E il mondo parla di miracolo,
preti predicano coraggio,
l'uomo di stato lo commenta,
lo benedice anche il santo papa.
E gente di ogni tipo e rango,
chiede: a che cosa è servito?
Perchè non aspettava in silenzio la fine,
e si estinse come la Sorte volle?
Perchè si squarciò il cielo?
Perchè un popolo ha detto: Ora basta!

Sono in molti a non capire
che cosa è questa inondazione,
perchè si è mosso l'ordine del mondo?
Un popolo ha urlato. Poi fu il silenzio.
Ma ora tanti stanno a chiedere:
di carne ed ossa chi ha fatto legge?
E lo chiedono molti, sempre di più,
perchè non lo afferrano proprio
loro che l'hanno avuto in eredità,
ma allora vale tanto la Libertà?

Angelo, porta loro la notizia,
che dal sangue sorge sempre nuova vita.
Si sono già incontrati diverse volte:
il Bambino, l'asino, il pastore.
Nel presepe, nel sogno
quando la Vita ha partorito,
a salvaguardare il miracolo
sono loro con il respiro.
Perchè è accesa la Stella, spunta l'aurora
angelo del cielo, porta la notizia.


Nagy László
(1925-1978)


Nagy László: Chi porta l'amore

(Ki viszi át a szerelmet)

Se si spegne la mia esistenza,
il violino del grillo chi l'adora?
Sul ramo ghiacciato la fiamma chi la spira?
Sull'arcobaleno chi si adagia?
Chi rende morbido campo la roccia,
piangendo, mentre l'abbraccia?
Le crepe nella mura chi l'accarezza?
E da bestemmie chi alza cattedrale
per fedi sconvolte?
Se si spegne la mia esistenza,
l'avvoltoio chi lo scaccia via?
E sull'altra sponda del fiume
chi lo porta l'amore?


Nagy László: Dio mi dia

(Adjon az Isten)

Dio mi dia fortuna,
amore, mi dia
forno bello caldo,
frumento nel mio staio,
nella mia mano un'altra,
nella lampada la fiamma,
che non debba ancora
andare a letto a quest'ora.
Mi mandi le risposte
a tutte le mie domande,
perchè non crolli la mia fede,
mi dia tanta luce,
al posto di tomba dia vita,
- per me chiedere non è vergogna,
ma anche se non lo chiedo
me lo dia.


Petőfi Sándor
(1823-1849)


Petőfi Sándor: E' tornato l'autunno

(Itt van az ősz, itt van újra, 1848)

E' tornato l'autunno,
e, come sempre, è bello.
Chissà perchè mi piace,
ma mi piace tanto.

Mi siedo sulla collina,
e guardo attorno, di qua,
ascolto il silenzioso rumore
mentre dagli alberi cadono le foglie.

Il raggio del sole gentile
guarda alla terra e sorride,
come la madre guarda affettuosa
suo figlio mentre s'addormenta.

Infatti, in autunno la terra
non muore, ma s'addormenta,
Si vede anche dallo sguardo
che ha solo sonno, non è malato.

Ha tolto i suoi bei vestiti,
si è spogliata piano piano.
Si rivestirà, quando arriva
la primavera, la sua mattina.

Dormi pure, bella natura,
dormi fino alla mattina,
e sogni tutto ciò
che ti piace di più.

Io la mia cetra
la sfioro appena appena,
il mio canto dolce
sarà la ninna nanna per te.

Amore, siediti accanto a me,
stai qua senza dir niente
mentre il mio canto vola piano
come una brezza sopra il lago.

Se mi baci, appoggia le tue
labbra pian piano sulle mie,
non dobbiamo svegliare
la natura che dorme.


Petőfi Sándor: Mi tormenta un pensiero

(Egy gondolat bánt engemet, 1846)

Mi tormenta un pensiero,
morire in letto da solo,
consumarmi come un fiore,
che mangia un oscuro verme,
consumarmi lento come una candela
lasciata sola in una stanza vuota.
Oh Dio! Non darmi una morte così!
Voglio essere un albero
che da bufera viene strappato,
voglio essere una roccia,
che da monte a valle
viene spinta giù da un tuono rimbombante.
Quando tutti i popoli in catena
si alzano in piedi, pieni di rabbia,
avanzano con faccia rossa d'ira
e sulle bandiere queste parole sacre:
Libertà del mondo!
Lo suonano dall'oriente all'occidente,
e combattono contro l'oppressore.
Là voglio morire io, nel campo di battaglia,
là she sgorghi il sangue dal mio giovane cuore,
e quando le ultime parole gioiose
mi lasciano le labbra,
che siano coperte dal metallico rumore,
dal suono della tromba e del cannone,
e passando sul mio cadavere
che corrino cavalli calpestandomi,
verso la vittoria finale.
Là che si raccolgano le mie ossa perse,
e quando arriva il giorno del funerale,
in cui con bandiere e con musica ferale,
vengono sepolti in tomba comune
tutti gli eroi che sono morti per te,
santa Libertà del mondo!


Petőfi Sándor:  Alla fine di settembre

(Szeptember végén, 1847)

E' ancora verde il pioppo davanti la finestra,
ancora fioriscono i fiori nella valle,
ma vedi l'arrivo dell'inverno là sopra?
La cima del monte è coperta di neve.
Nel mio cuore brucia il fuoco dell'estate
ancora tutta la primavera ci fiorisce,
ma vedi: nei miei capelli scuri
si mischiano già i primi grigi.

Cadono i fiori e la vita corre via...
Siediti amore, sulle mie ginocchia.
Tu, che ora sul mio petto appoggi la testa,
domani magari piangerai sulla mia tomba.
Dimmi; se sarò io il primo a morire
mi coprirai gli occhi, piangendo?
E ti potrà poi convincere l'amore
di un altro ad abbondonare il mio nome?

Se dovessi buttare il velo da vedova,
attaccalo sulla croce della mia tomba,
io di notte salirò dal regno della morte
e lo porterò làggiù con me.
Per asciugare le mie lacrime per te,
che mi hai dimenticato così veloce,
e curare le mie ferite di cuore
perchè ti amerò ancora e anche là, per sempre!


Radnóti Miklós
(1909-1944)


Radnóti Miklós: Non posso saperlo

(Nem tudhatom ..., 1944)

Per gli altri questo posto che significa,
non posso saperlo,
per me è la patria, questo piccolo paese,
il luogo della mia infanzia lontana e felice.
Come un ramo debole dal tronco dell'albero,
da esso sono cresciuto e spero che qua sarò anche sepolto.
Sono a casa. E se un cespuglio si china davanti a me,
conosco il suo nome, il suo fiore,
so chi cammina per la strada, e dove và,
e so cosa potrebbe significare il dolore
di un tramonto rosso sulle mura delle case.
Per chi vola su un aereo, è solo una mappa,
e non sa Vörösmarty Mihály** dove abitava;
per lui che significa? Fabbrica e caserma,
ma per me: cavalletta, bue, campanile e mite casale;
nel binocolo egli vede campi e fabbriche,
ma io anche il lavoratore zelante,
bosco, frutteto, uva e tombe,
tra le tombe una vecchietta, che pian piano piange,
e quello che da sopra è una fabbrica o ferravia
che distruggere si deve, per me è la stazione,
e davanti il ferroviere, con bandiera rossa in mano,
da tanti bambini circondato, egli invia il segnale,
e nel cortile della fabbrica ci gioca un cane.
E poi il parco: di vecchi amori conserva la traccia,
la mia bocca ricorda i baci al gusto di miele o fragola.
Sul marciapiede un giorno andando a scuola
per non essere interrogato salivo su una pietra.
Eccola qua, ma di sopra neppur essa si vede
non esiste apparecchio che la possa rilevare.
E' vero, siamo peccatori, noi come gli altri popoli,
e riconosciamo la nostra colpa, quando, come, dove,
ma ci sono anche innocenti, lavoratori o poeti,
e lattanti, in chi crescerà la ragione,
la conserveranno, nascosti in buie cantine,
finchè non arrivi la pace nel nostro paese,
risponderanno freschi loro alla nostra soppressa voce.
Coprici con le tue grosse ali, nuvola della notte.

Note: * e ** poeti ungheresi


Tóth Árpád
(1886-1928)


Tóth Árpád: Da anima ad anima

(Lélektől lélekig, 1923)

Stanotte sto alla finestra
e attraverso la lontananza
nell'occhio raccolgo la luce
di una stella tremante.

Attraversa bilioni di miglia,
corre in spazi gelati,
neri e aridi, senza stancarsi,
chissà da migliaia di anni.

Questo messaggio del cielo
ora mi arriva nell'occhio,
e là muore felice, mentre
chiudo le mie stanche palpebre.

Per gli scienzati, lo so io
questa luce è messaggero,
di lontani mondi e vite
a noi parenti, è testimone.

La assorbo totalmente
diventa mio sangue,
e mi chiedo qual è il legame
tra cielo e terra, tra luce e sangue.

Magari soffrono le stelle,
milioni di solitudini perse
nello spazio, e non ci ritroviamo
mai più in questa gelida notte.

Non piangere stella!
Dei cuori umani non sei più lontano!
Qual è la maggior distanza:
Il Sirio o il mio compagno?

Ahimè, amicizia, ahimè amore!
Ahimè la via tra le anime!
Ci mandiamo sguardi stanchi
e tra noi c'è lo spazio gelante.


Tóth Árpád: L'innestatoio di Dio

(Isten oltókése, 1928)

Soldi, salute, successo,
agli altri hai dato di più,
ma io non Ti accuso, Signore,
e non mi lamento con te.

A soffrire non sono certo il primo,
benedico la lama del tuo coltello
con cui mi trafiggi di nuovo;
della rabbia degli stupidi sorrido.

Perché so e sento che tu mi ami,
benedetto il tuo innestatoio
che serve per far sorgere
nuova bellezza in me.

Soffro, ma stringo le labbra,
so che è tua la mia lotta,
la mia faccia di lacrime è bella,
guarda in distanza e a Te somiglia.


Váci Mihály
(1924-1970)


Váci Mihály: Leggero, come il vento

(Szelíden, mint a szél)

Leggero, biondo, come il vento
mi sono alzato contro il mondo.
Girovago senza sosta, ma senza fretta,
alzo la polvere, brillo nel sole,
mi accarezzano tutte le foglie.

Leggero, biondo, come il vento
volo attraverso il bosco
mi ostacolano a centinaia:
alberi, rami, ma a loro non bado,
e superiore, volo oltre
dove mi attira il tempo e lo spazio.

Leggero, biondo, come il vento,
non con la forza o violenza,
ma con ali immobili, distese, senza sforzo
come un'aquila volo per il mondo,
luce e altezza mi trasportano
e la meta mi viene incontro.

Leggero, biondo, come il vento,
corro su pascoli, prati e boschi,
sollecito anche il fuoco,
frusto i campi, perciò
mi si alzano tutti contro:
erbe, foglie, spighe mi attaccano,
attiro la sorte contro di me.

Leggero, biondo, come il vento,
non mi possono ferire però,
chi mi fa male, l'accarezzo, l'abbraccio,
e rimane umiliato, mentre io,
invulnerabile, volo oltre,
rispecchio la luce,
fango non mi sporca mai.

Leggero, biondo, come il vento,
porto la vittoria in silenzio,
lenisco le ferite, mi attraversano
pallottole, baionette, ma non mi fanno male,
ma se pure muoio ogni giorno,
divento indistruttibile nel tempo
e vinco dolcemente, come il vento.


Váci Mihály: Non basta ancora

(Még nem elég)

Non basta rabbrividire,
entusiasmar si deve,
non basta avere la fiamma,
si deve bruciare!
E non basta bruciare,
chi spada di lama frusciante
vuole diventare,
il gelo deve sopportare.

Non basta sognare,
ci vuole un sogno gigante,
non basta sentire,
si deve riconoscere,
e non basta presentire
che epoca viene,
il nostro futuro lo devi sapere!

Il traguardo non basta vedere,
la strada buona ci vuole,
la via non basta trovare,
ci devi camminare!
Pure da solo, per primo,
avviarsi davanti,
ma non basta partire,
invita anche gli altri!
Ma solo quello deve invitare
chi ha il coraggio di guidare!

Non basta desiderare,
si deve volere,
e non basta volere,
agire si deve!
Non basta la buona volontà,
ci vuole l'intelligenza!
Ma a che serve la fredda ragione?
ci vuole un'emozione,
non un sentimento comune
ma profonda ferita e passione.
Si deve cercare qualcosa
per cui vale la pena vivere,
amare, sperare, soffrire!

Non basta - per il mondo!
Per la nazione si deve!
Non basta - per la patria!
Per il popolo si deve!
Non basta per la giustizia!
Per la giustizia di quelli,
che da tanto tempo sono liberi
ma non capiscono ancora,
che non basta, non basta questa!



Fine