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Várady Imre

La fortuna del Pascoli in Europa

PREFAZIONE


L'influenza che la poesia ed il teatro italiani esercitarono sulla cultura letteraria europea nel corso dei secoli XVII e XVIII, perdurò più a lungo in Baviera e nei paesi gravitanti nell'orbita culturale di Vienna. In queste zone, soltanto il predominio dell'illuminismo francese pose fine alla diffusione della lingua italiana e alla popolarità dei poeti arcadici e di Metastasio. Dopo il "poeta cesareo", per quasi un secolo non vi fu alcuno scrittore italiano del tempo che raggiungesse una notorietà pari alla sua. Agli inizi dell'800 Monti, Parini e Foscolo poterono farsi sentire per lo più in antologie poco diffuse; è vero che per un certo tempo vi fu la moda di tenere in gran conto i drammi dell'Alfieri nei circoli dell'aristocrazia austriaca, ungherese, ceca e polacca, ma solo pochi vedevano chiaramente la grandezza umana ed artistica del poeta astigiano; nelle regioni di lingua tedesca neppure la traduzione goethiana dei Promessi sposi riuscì a diffondere tra i contemporanei la fama del Manzoni. Benché i classici come Dante, Boccaccio, Machiavelli, Tasso e perfino Lorenzo de' Medici, Pulci e Tassoni di tanto in tanto formassero oggetto delle dissertazioni di qualche dotto, scritti siffatti non erano adatti a scuotere l'indifferenza verso la letteratura italiana, anzi piuttosto rafforzavano quella comune concezione secondo la quale il genio italiano, la cui luce per secoli aveva rischiarato l'Europa, si era esaurito nei grandi del passato, ed anche la letteratura italiana, come l'arte figurativa, non presentava ormai che valori di collezione antiquariale.

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Questa situazione all'incirca durò sinché l'autorità del Carducci non finì con l'affermarsi in Italia e la sua fama in patria oscurò quella dei poeti suoi contemporanei. Già verso il 1885 egli era divenuto la misura di valutazione della poesia italiana moderna, rappresentava la più alta vetta raggiunta dopo il Leopardi e, paragonandoli a lui, si formò nella critica francese, tedesca, inglese, e presto anche in quella ungherese, un più equilibrato giudizio sui poeti italiani viventi. Tuttavia la fama internazionale del Carducci non fu mai proporzionata alla conoscenza effettiva delle sue opere. In Carducci l'estero vide colui che aveva portato a compimento la grande tradizione italiana, in D'Annunzio salutò la più autentica manifestazione italica dello spirito dei tempi moderni. All'infuori di questi due, per un ventennio, solo raramente il nome di altri poeti italiani varcò i confini del paese e se pure, saltuariamente, comparve in talune antologie o periodici letterari, cadde presto in oblìo.

Anche la fortuna del Pascoli fuori d'Italia cominciò proprio con queste fuggevoli apparizioni isolate. Prescindendo dal Veianius, presentato nel 1891 al concorso di Amsterdam, con il quale nell'anno successivo per la prima volta vinse la medaglia d’oro, egli ottenne la sua prima risonanza all'estero nel 1892, come poeta di Myricae, in Boemia, dove Jaroslav Vrchliczky, allora lo scrittore più acclamato del suo paese e traduttore di Dante, Tasso, Michelangelo, Parini e Carducci, con la sua magistrale versione di quattro poesie (Gloria, Fides, Orfano, Mare) attrasse l'attenzione dei suoi connazionali sul nuovo poeta italiano che fino ad allora era noto solamente in patria. Una più ampia cerchia di lettori poté venire a conoscenza di questi versi dopo il 1894, quando essi videro la luce, per la seconda volta, nella grande antologia italiana del Vrchliczky (Tre libri delia poesia italiana).

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