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Várady Imre

La letteratura italiana e la sua influenza in Ungheria

INDICE, PREFAZIONE


Indice


VOLUME PRIMO
STORIA.



Prefazione
Capitolo I: I primi contatti del popolo ungherese con l'Italia
Capitolo II: I primordi della cultura umanistica in Ungheria
Capitolo III: La Rinascenza in Ungheria
Capitolo IV: Elementi italiani nella letteratura ungherese del Cinquecento
Capitolo V: Rapporti letterari italo-ungheresi nel Seicento
Capitolo VI: Il Settecento
Capitolo VII: La prima metà dell'Ottocento
Capitolo VIII: La seconda metà dell'Ottocento
Capitolo IX: Dal 1900 al 1930
Indice dei nomi

VOLUME SECONDO
BIBLIOGRAFIA



Il piano del lavoro
Parte I. Saggi bibliografici
Parte II. Ricerche sulle relazioni letterarie italo-ungheresi
  A) Umanesimo
    1) Edizioni di testi
    2) Studi e ricerche
  B) Gli Ungheresi ai centri di studi italiani. - Istituti ungheresi in Italia. - Cultura italiana in Ungheria
  C) Ricerche intorno al'influsso della letteratura italiana su quella ungherese
Parte III. Traduzioni
  A) Poesie, novelle, romanzi, opere teatrali
  B) Varia
Parte IV. Argomenti letterari italiani trattati da scrittori ungheresi
  A) Pubblicazioni di carattere generale
  B) Pubblicazioni riguardanti singoli autori italiani
    1) Scritti intorno a poeti, romanzieri, novellieri, autori teatrali
    2) Scritti intorno ai traduttori italiani di opere ungheresi
    3) Scritti intorno ad autori di opere filologiche e linguistiche
    4) Scritti intorno ad autori di opere d'estetica, di filosofia, di pedagogia, di sociologia e di diritto
Parte V. Dizionari, grammatiche e scritti linguistici
  A) Dizionari
  B) Grammatiche
  C) Scritti linguistici
Parte VI. Opere poetiche stampate in Ungheria
Aggiunte
Indice dei nomi



Prefazione

Per quanto la storiografia della letteratura ungherese abbia un passato più che due volte secolare e sebbene lo zelo di diligenti letterati ci abbia conservato, sin dal 1711, sotto forma di dizionari letterari un gran numero di preziose notizie, è solo verso la metà dello scorso secolo che incomincia l'epoca degli studi miranti a fini più alti di quelli della semplice attività registratrice e ricercanti anche, con più metodo e con profondità maggiore, le connessioni varie dei fenomeni letterari.

I doviziosi risultati di un lavoro effettuato in tempo relativamente breve da pochi ricercatori vennero ordinati, valutati e riuniti in una prima sintesi nel 1851. Tanto questo monumentale lavoro, che segue solo sino al 1526 lo sviluppo della nostra letteratura e che è dovuto al « padre della storiografia letteraria ungherese » Francesco Toldy, quanto le storia della letteratura ungherese dello stesso, pubblicata tredici anni più tardi, in forma completa, ma succinta, hanno influenzato gli scrittori posteriori, spronandoli e guidandoli col loro metodo elevato all'altezza dell'epoca, coi loro giudizi in molti casi ancor'oggi validi e col proporre numerosi compiti e problemi particolari che attendevano una soluzione.

La generale fioritura della nostra vita scientifica che ha inizio in questo torno di tempo: accanto alla storia civile e letteraria il progredire della germanistica e degli studi classico-filologici, come pure le nostre relazioni sempre più intime con la vita scientifica estera hanno schiuso di continuo nuovi campi all'attività sempre crescente degli studiosi. Le direzioni delle ricerche si sono scisse, nuovi punti di vista, nuove direttive hanno acquistato valore.

La storiografia letteraria ungherese del secolo scorso ha cominciato a dedicarsi abbastanza per tempo non solo al compito principale rivolto alla storia dei singoli scrittori e delle singole opere, mettendone in rilievo soprattutto i pregi linguistici ed estetici, ma anche alle questioni riguardanti i soggetti, i motivi e i generi dei componimenti. E alla ricerca delle reciproche influenze fra i nostri scrittori seguě presto lo studio dei rapporti ungheresi colle letterature straniere. L'indagare le tracce di scrittori e di indirizzi letterari tedeschi è stato quello che ha dato maggiormente da fare in questo campo, ma anche le reminiscenze classiche, la ricerca degli influssi inglesi e francesi divennero ben presto compiti graditi che gli storici della nostra letteratura si son volentieri addossati.

Alessandro Imre nel 1878 tentò poi per il primo di studiare l'influenza esercitata da una letteratura straniera sul complesso di quella ungherese e scelse appunto a soggetto del suo lavoro precorritore le indagini sui rapporti italo-ungheresi.

Sorretto da lavori preparatori appena degni di menzione s'incamminò su questo terreno vergine e tutto ciò che con fatica grande, con una profonda conoscenza della letteratura ungherese e italiana e con uno spiccato senso scientifico si poté - date le condizioni d'allora - chiarire in questo campo, ci si presenta nel suo lavoro in gran parte anche oggi irrefutabile. Iniziò le sue comparazioni particolareggiate coi riferimenti italiani del grande epico ungherese della controriforma, Nicola Zrínyi; accennò per primo agli echi letterari della corrente culturale italiana, pervenuta sino a noi, verso la fine del XVIII secolo attraverso Vienna, specialmente alla grande popolarità del Metastasio in Ungheria; riconobbe l'influenza della poesia italiana sull'eminente lirico nostro della svolta del secolo, Michele Csokonai Vitéz; ricercò poi le tracce del gusto e del pensiero italiano negli impulsi ideologici dell'attività riformatrice di Francesco Kazinczy e finalmente, dopo di aver apprezzato le prime traduzioni ungheresi del Tasso, s'occupò particolareggiatamente della poesia di Alessandro Kisfaludy, segnalando come fosse l'unico poeta nostro la cui ispirazione sia stata determinata dalla lirica italiana e che può esser considerato come un tardo seguace del Petrarca sia dal punto di vista della forma che da quello del contenuto, per quanto senza pregiudizio della sua individualità.

Come se la nostra storiografia letteraria considerasse tale questione definitivamente conclusa coi risultati di Alessandro Imre, per alcuni decenni appena qualcuno prestò ad essa attenzione. Molto più intensamente i nostri rapporti politici coll'Italia, protrattisi quasi ininterrottamente per un millennio, tengono occupata la nostra storiografia, e nel 1873 appare il primo studio sulla frequenza della gioventù ungherese nelle scuole straniere, in cui anche attraverso la nuda catena cronologica dei dati è visibile la gran parte avuta a questo riguardo dalle università italiane.

Questi studi storici hanno aperto la strada alle ricerche sull'Umanesimo ungherese che da principio limitate anzitutto ai problemi della biblioteca Corvina di re Mattia s'allargarono presto anche agli altri ricordi di questo luminoso periodo del passato ungherese e trovarono in Eugenio Ábel un cultore d'autorità europea.

L'opera dei nostri filologi-classici che procedono sulle sue tracce ha messo in chiaro sempre più le condizioni letterarie e i rapporti italiani del quattrocento ungherese, ma nello stesso tempo ha anche persuaso gli investigatori che la raccolta del materiale è ancora lontana dall'espletamento e che pertanto non è ancora giunto il tempo della sintesi.

Oltre agli studi umanistici, efficacemente sostenuti anche dagli studi di storia dell'arte, solo di tanto in tanto è sorta ed ha trovato soluzione qualche questione al fine di colmare le eventuali lacune lasciate da Alessandro Imre. Ove non si tenga conto delle ricerche più o meno estese che si occuparono delle fonti d'origine italiana della letteratura medioevale ungherese, dei modelli italiani d'un nostro insigne scrittore del XVIII secolo, Francesco Faludi, delle relazioni che Zrínyi ha con Tasso, Marino e Machiavelli, delle spigolature minuziose delle reminiscenze petrarchesche di Alessandro Kisfaludy, e ove si trascuri ancora la grande opera dell'esimio dantista ungherese Giuseppe Kaposi che con penetrazione quasi eccessiva esaurisce tutto il suo soggetto, l'attenzione della nostra romanistica s'è rivolta a campi più nuovi, sin oggi trascurati, solo negli ultimi quindici anni. Il merito principale a questo riguardo spetta a Luigi Zambra e ad Eugenio Kastner che per i primi riuscirono a misurare la profondità e l'estensione delle influenze italiane nel secolo XVIII, con una penetrazione degna dell'importanza dell'argomento. Inoltre Kastner prese a soggetto di diversi preziosi lavori la cultura italianizzante della corte transilvana nel secolo XVI e l'eco del culto per l'opera italiana a Vienna che si fa sentire da noi sin dal seicento, mentre Alessandro Eckhardt metteva in rilievo le radici umanistiche, germogliate in parte da terreno italiano, della poesia del primo lirico ungherese, Valentino Balassa.

I risultati di tutte queste ricerche formano una catena abbastanza stretta. Il quadro dell'assorbimento dello spirito italiano in Ungheria, che possiamo ricostruire da questi elementi, è gia d'una prospettiva assai più profonda, di linee molto più recise, ed assai più colorito di quello in cui Alessandro Imre mezzo secolo fa presentò le tracce di questa influenza.

...

Questo lavoro non è stato condotto per essere la pietra terminale d'un ciclo di problemi, ma per costituire un colpo d'occhio dei risultati ottenuti sin'oggi sull'argomento, integrandoli là dov'è possibile e continuandoli con i rapporti italiani sorti dal secolo XIX in poi, rapporti che non sono stati ancora quasi affatto studiati.

I contributi del tutto nuovi e finora sconosciuti son pochi in questo libro - ad eccezione di quelli che si riferiscono all'epoca recentissima - ma alcuni di quelli vecchi, utilizzati in maniera nuova e posti sotto nuovi rapporti, son riusciti forse ad acquistare più fresco colore e maggiore interesse ed ammaestramento.

Non hanno alcun bisogno d'una giustificazione speciale e il primo capitolo di questo volume che rende note le nostre prime relazioni con l'Italia, per quanto non sia possibile parlare di una loro ripercussione letteraria, e la trattazione dell'Umanesimo ungherese e le continue osservazioni sui rapporti nostri colla letteratura italiana in lingua latina che si ritrovarono anche nei secoli più tardi. Se gettando lo sguardo sulla totalità della vita spirituale si considera la letteratura come un fenomeno della vita spirituale collettiva e se nostro fine è lo studio dei riflessi del pensiero italiano, si presenta come una logica necessita tentare da una parte di seguire anche le più lontane tracce di questi riflessi e includere dall'altra, nella cerchia della nostra trattazione, anche le non meno importanti manifestazioni in lingua latina.

È necessario infine cercare di mettere più che sia possibile in chiaro il rapporto esistente fra la nostra cultura manifestatasi per secoli quasi esclusivamente in latino e la letteratura in ungherese.

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Poiché completa il volume come un "documentarium" la bibliografia dei rapporti letterari italo-ungheresi i cui dati ho dovuto com'è naturale utilizzare, possibilmente senza lacune, ho cercato di rendere il piu possibile semplice l' "apparatus criticus ". Là dove nella nostra letteratura ho avuto da fare con dati che sono alla portata di tutti, ho rinunziato a un ingente accumularsi di citazioni prestando però la maggiore attenzione affinché idee, principii e osservazioni critiche individuali siano chiaramente distinguibili dalle mie vedute personali ed affinché non restino senza citazione le fonti dei risultati ottenuti in seguito a più recenti indagini.

Licenzio alle stampe questo mio modesto lavoro non solo colla speranza di rendere con esso qualche servizio alla storiografia letteraria ungherese, ma pure nella fiducia che la scienza italiana lo ritenga degno d'attenzione, rinvenendo in esso dati, sinora a lei in gran parte sconosciuti, per la storia di una questione oggi di grandissimo interesse: quella dell'espansione del pensiero italiano.

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Roma, 18 settembre 1932.
Emerico Várady.


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