Francesco Bettoni-Cazzago
Gli Italiani nella guerra d'Ungheria 1848-49
PREFAZIONE
A cui cadrà sott' occhio questo libro, sembrerà forse strano che oggi solamente compaia la descrizione di fatti accaduti quarant'anni circa or sono, e collegati ad uno dei più grandiosi drammi che siensi svolti in questo secolo, la insurrezione e guerra d' Ungheria del 1848-49, dramma narrato da parecchi storici in modo vario, ma sempre mancante dei particolari che riguardano gli italiani che vi presero parte.
Eccomi a darne la ragione.
Fino dal tempo nel quale la legione ita liana, che avea combattuto in Ungheria, erasi disciolta, e il suo capo, il barone Alessandro Monti bresciano, era tornato a vita privata, egli cercò di raccogliere ricordi e documenti per dettare una memoria storica intorno all'impresa sostenuta da'suoi commilitoni, e alle vicende onde furono in balìa dopo cessata la guerra, fino al rimpatrio.
A tale scopo diede incarico al suo capo di stato maggiore nella legione, il cavaliere Giovanni Merlo, prode soldato e amico fidatissimo, di ordinare le note attinenti alla formazione del corpo italiano e ai fatti d'arme ai quali aveano insieme preso parte; sollecitò da parecchi notabili magiari, tra i quali Kossuth, i conti Teleky, Batthyányi ed altri, memorie della guerra poco innanzi spenta; e in pari tempo ottenne dall' illustre Nicomede Bianchi la promessa di stendere una compiuta relazione di quel glorioso episodio di armi italiane, giovandosi, oltre i ricordi del cavaliere Merlo, di tutti gli altri importanti documenti posseduti dal Monti stesso, i quali potevano spandere molta luce su quel periodo, allora recente e non interamente rischiarato.
Il bravo capo di stato maggiore aderì di buona voglia all'invito del suo antico comandante, e sebbene in que' giorni ramingo in Francia per procacciarsi onorata esistenza, dacché le file dell'esercito sardo erano chiuse ad altri ufficiali fuor dei regnicoli e dei già aggregati, e il ritorno in Lombardia inattuabile per le ire austriache, fruendo del tempo che gli sopravanzava dalle lezioni di lingua italiana date a Bordeaux per campare la vita, scrisse minutamente degli avvenimenti accaduti sotto i suoi occhi e ne spedì la narrazione al barone Monti verso la metà del 1853.
Da quanto può argomentarsi da una sua lettera dell'8 maggio di quell'anno, il lavoro da lui compiuto comprendeva un racconto particolareggiato del secondo periodo della guerra ungarica, di quello cioè che ebbe principio dall'invasione austro-russa sul territorio magiaro, ed era steso in venti fogli, onde sarebbe apparsa ogni minuta circostanza intorno ai combattimenti cui parteciparono gli italiani, e nessun atto meritevole di ricordanza sarebbe stato condannato all'oblìo. Ma una serie di contrarie circostanze impedì l'attuazione del nobile proposito, e il silenzio ricadde sopra quella splendida pagina del valore italiano.
Quand'ebbe Monti lo scritto desiderato, lo inviò, corredato di tutti i documenti che si trovavano in sua mano, a Nicomede Bianchi, perchè ne traesse argomento per la pubblicazione vagheggiata; la quale, per la valentia dello storico provetto ed elegante scrittore, potevasi con certezza stimare sarebbe riuscita importante. Se non che ai 6 di gennaio, cioè qualche tempo dopo la spedizione delle carte, Monti ebbe da lui avviso che aveale bensì avute e aveale trovate assai ragguardevoli, ma quanto ad allestire il libro promesso, chiedeva tempo.
"Rispetto al tempo," così nella lettera si esprime l' illustre storico, "farò il possibile; ma perchè intendo, per quanto posso, di fare un lavoro letterario, così non bisogna aver fretta. Vedete di aver presto dal Teleky quanto ha promesso; non è possibile fare un buon edilizio se non si ha in pronto tutto il materiale."
Passarono così parecchi mesi, che parvero secoli al povero Monti, la cui sa lute giornalmente peggiorava sì da presagirne vicina la morte, e al quale il destino non consentì di poter vedere raccolto e pubblicato in modo non fugace il ricordo delle sue opere virtuose e di quelle de' suoi compagni d'arme.
Sembra inoltre che agli studi, che occupavano in quel tempo la mente di Nicomede Bianchi, s'aggiungessero considerazioni politiche a trattenerlo dal rendere pubblici i documenti summentovati riguardanti fatti ancor nuovi e persone viventi, tolte di mira da polizie straniere vigilanti e implacabili, giacché pensò restituire al barone Monti il fascicolo affidatogli, e così quel primo tentativo riuscì a vuoto.
Ma a tale increscevole decisione dell'illustre autore, s'aggiunse altra circostanza contraria al compimento dei voti di quanti desideravano evocate quelle nobili memorie: lo smarrimento del manoscritto del cavaliere Merlo e di alcune lettere importanti, richieste indarno a Nicomede Bianchi e indarno cercate da lui tra i suoi libri; cosicché danno non lieve ne proverrà anche a questo lavoro, monco forzatamente di quegli interessanti particolari.
Altre profferte di diversi autori non ebbero esito più soddisfacente, finché la morte del Monti, avvenuta di lì a poco, non pose come una pietra su quelle carte che oggi soltanto veggono la luce. Ed esse come sacro deposito furono fin qui custodite da una mano gentile, con quella cura e gelosia onde é capace solamente il cuore di donna che ama. La vigile custode, fu la diletta sposa di Alessandro Monti, che giovane, innamorata del compagno della sua vita, d'un tratto si trovò vedova, sola, in terra straniera, con due bambini, allo sbaraglio delle avversità, in giorni nei quali tutto pareva morto per l'Italia, fin la speranza, fin la memoria de' prodi suoi figli e delle loro gesta gloriose.
La baronessa Sara Willshire vedova Monti non volle però che documenti cosi onorevoli per il marito e per tanti altri italiani, che aveano combattute le battaglie della libertà in paese lontano nell' intento di favorire indirettamente la propria patria, rimanes sero più oltre ignorati, e pensò affidarmeli, perchè tie traessi un' ordinata narrazione.
Ma lo studio di que' documenti, dei quali renderò solo di pubblica ragione la parte più importante e acconcia allo scopo suesposto, mi persuase a presentarli al lettore insieme alla narrazione compendiata di tutta la guerra d'Ungheria, sì da por gergli una idea completa di quel memorando periodo storico. E ciò mi pare tanto più opportuno, avvegnaché, se tutti conosciamo le vicende della lotta avvenuta in quel tempo nelle nostre contrade, pochi di noi conoscono quello che accadde in Ungheria, sebbene gli sforzi degli italiani e de' magiari fossero volti contro lo stesso nemico.
Ed è veramente strana ed inesplicabile l'ignoranza che sussiste in Italia de' particolari gloriosi di quella guerra e la lacuna che si lamenta nella nostra letteratura, mentre tutti ricordiamo l'ansia ond'erano cerche ed aspettate in quel tempo le poche notizie sfuggite al sospetto della polizia austriaca e le trepide speranze di ricevere aiuti da quel popolo di prodi, allorchè ogni altra fede di salvezza era svanita.
Inclino a credere che ciò avvenisse, in prima perché dal 1849 al 1859 la letteratura nostrana, nel solo paese libero che contasse l'Italia, nel Piemonte, era tutta rivolta col pensiero alla desiderata riscossa e agli interessi più vitali della patria, sicchè gli avvenimenti estranei poco si rammentavano, e nel rimanente della Penisola anche la sola ricordanza di essi era severamente punita: poi, perchè l'Ungheria trovò più tardi modo di acconciarsi coll' Austria e di ottenere pacificamente l'assetto che oggidì la regge, in modo che la storia della sua grande rivoluzione non fu necessaria mente rinnovata da fatti recenti e clamorosi.
A compilarne la parte non ancor ben conosciuta, mi servii di documenti conservati dalla nobile famiglia Monti nella villa di Nigoline in Franciacorta, e per la parte già nota, delle storie e delle narrazioni fin qui date alla luce ne'vari paesi d'Europa, che ho letto e meditato colla più rigida e serena coscienza, perchè il mio giudizio riuscisse, se non illuminato, almeno im parziale.
Avrò rettamente ideato questo libro? Avrò raggiunto lo scopo prefissomi, di riempire adeguatamente una lacuna storica e di rivendicare all'Italia una pagina gloriosa?
A queste domande risponderà il pubblico, alla cui benevolenza affido il modesto lavoro.